Dove sta andando il mondo?
Stiamo attraversando un momento molto particolare, dove la confusione regna. Cerchiamo di analizzare gradualmente chi contribuisce ad alimentare questa confusione.
Chi ha dietro Trump?
Donald Trump ha costruito il suo consenso su tre pilastri fondamentali:
- L’establishment repubblicano populista e nazionalista, in particolare le frange più conservatrici del Tea Party.
- I grandi interessi economici (energia fossile, difesa, finanza speculativa), che lo sostengono in cambio di deregulation e tagli fiscali.
- La base elettorale bianca rurale e operaia, che si è sentita abbandonata dai Democratici “progressisti”.
Non ha mai avuto “una donna dietro”, né simbolicamente né come guida morale o ideologica: il suo entourage è stato maschilista, competitivo, gerarchico, dominato da figure come Steve Bannon (alt-right), Jared Kushner (israel-lobby), Mike Pompeo (neo-conservatore evangelico).
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È così ignorante da non valutare la guerra non convenzionale?
Ignorante nel senso classico no — è un comunicatore spietato, che usa la provocazione come arma politica. Ma è vero che:
- Trascura la complessità geopolitica per favorire narrazioni semplici (buoni contro cattivi).
- Rifiuta il principio di deterrenza classica e crede nella “forza preventiva”, una visione figlia del “primato americano” post-Guerra Fredda.
- Ha minimizzato sistematicamente le conseguenze della guerra asimmetrica, come nel caso dell’Iran o dell’uccisione del generale Soleimani (2020), scatenando reazioni regionali forti, anche se a bassa intensità.
In sostanza, Trump agisce più come imprenditore in una negoziazione aggressiva che come stratega militare. Non ignora le guerre non convenzionali, le sottovaluta.
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È falso con i suoi elettori?
Sì e no.
- No, nel senso che ha realizzato molti degli slogan forti della sua campagna: dazi alla Cina, uscita da trattati (Iran, Parigi, OMS), muro col Messico, tagli fiscali, giudici conservatori.
- Sì, nel senso che ha promesso disimpegno militare globale, ma ha autorizzato attacchi mirati e aumentato spese per la difesa, andando contro lo spirito isolazionista che lo aveva reso popolare tra i Repubblicani anti-Bush.
Ha usato il populismo come arma di mobilitazione, ma spesso ha governato come un presidente “classico” repubblicano in politica estera: muscolare, pro-Israele, filo-industria bellica.
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È così superficiale da mancare coerenza intellettuale?
Trump non si muove secondo coerenza intellettuale, ma secondo coerenza d’immagine:
- Vuole apparire forte, vincente, imprevedibile.
- Cambia idea non per superficialità ma per calcolo mediatico e per adattarsi al pubblico del momento.
Esempio: ha attaccato Bush per la guerra in Iraq, ma ha minacciato la Corea del Nord, l’Iran, ha sostenuto Israele in modo più radicale di qualunque presidente.
È una coerenza spettacolare, non dottrinale.
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Dopo aver lanciato le bombe, si aspetta sottomissione?
Sì, nella sua visione delle relazioni internazionali, Trump si aspetta che la forza porti al negoziato da posizione dominante. Questo si rifà alla dottrina del “maximum pressure”:
- ha funzionato in parte con la Corea del Nord (che ha congelato i test);
- ha fallito completamente con l’Iran, che ha riattivato le centrifughe e rafforzato i legami con Russia e Cina.
Trump non comprende appieno la cultura araba e islamica, dove l’onore, la resistenza e la memoria sono elementi fondamentali. In Medio Oriente, la sottomissione non avviene mai senza conseguenze.
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La storia non ha insegnato nulla agli USA?
La storia insegna, ma non tutti l’ascoltano.
Gli USA:
- Hanno ripetutamente ignorato le conseguenze a lungo termine delle loro azioni militari (Vietnam, Iraq, Afghanistan, Libia);
- Hanno spesso sottovalutato le dinamiche culturali e tribali dei territori in cui intervenivano;
- Ma continuano a credere, almeno nella parte neoconservatrice del potere, che l’intervento armato sia uno strumento legittimo di pressione diplomatica.
La storia per molti strateghi americani non è maestra di vita, ma una scacchiera da riscrivere ogni volta.
✅ Conclusione
Donald Trump non è un ingenuo, ma è un improvvisatore, un comunicatore manipolativo, e un presidente che non crede nella diplomazia multilaterale, ma nella forza bilaterale.
Non ignora le guerre non convenzionali: le trasforma in show, e da questo nasce il vero pericolo.